domenica

COME ERAVAMO

Come eravamo prima dell’era delle Tv commerciali? Prima delle vallette seminude, degli schermi pubblicitari nelle stazioni e della pubblicità sugli autobus? Come eravamo prima dello sfruttamento lavorativo dei precari?
Fino agli anni Ottanta dello scorso secolo, gli eventi mediatici non erano completamente controllati dal gruppo di potere, come adesso, e dunque esistevano pubblicazioni che raccontavano le cose dal punto di vista dei lavoratori, e producevano indignazione, rabbia e reazioni.
Già all’epoca però i partiti e i sindacati svolgevano un potente ruolo di controllo sulle libere associazioni dei lavoratori, e si ergevano ad unici organi di difesa dei diritti, impedendo in vari modi la libera lotta dei cittadini.
Pubblichiamo alcuni volantini scritti da gruppi di operai nel periodo 1978-1979 (tratti dal libro di Michele Michelino, “1970-1983 la lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni”, Nuova Cesat Coop, Firenze 2003). Invitiamo a leggerli attentamente e, fatte le debite considerazioni storiche, commentarli alla luce della situazione attuale dei lavoratori nel nostro paese.

A parte la maggiore ideologizzazione che si avverte nel linguaggio, forse traspare una maggiore consapevolezza circa i metodi del regime per reprimere ogni tentativo di cambiamento.
Teniamo conto che da allora sono passati ben trenta anni. Pensate a quante cose sono cambiate, ad esempio dal punto di vista tecnologico e mediatico. Dopo trenta anni, è impressionante l’attualità dei temi trattati.
Oggi la situazione dei lavoratori è peggiorata, basti pensare al lavoro precario, che interesserebbe circa tre milioni di persone, e alle morti sul lavoro, che sarebbero in aumento. Osserviamo che questi operai non ripongono la loro fiducia né nel PCI né nei sindacati. Specie dopo la cosiddetta “svolta dell’Eur" del 1977, essi vorrebbero organizzarsi autonomamente, ma non ci riusciranno. Spiega Michelino: “Negli anni ’76-80 la difficoltà di organizzare lotte politiche e sindacali autonome indipendenti dal controllo del PCI e del sindacato era evidente; la criminalizzazione di chiunque si muovesse sul terreno della lotta di classe – schiacciato fra lo stato e i sostenitori della lotta armata come unica forma di lotta- insieme all’evidenziarsi del fallimento e al conseguente scioglimento dei gruppi extraparlamentari (Lotta Continua, Movimento Lavoratori per il Socialismo, Democrazia Proletaria, Marxisti-Leninisti, ecc.) aveva creato, nei militanti delusi, la voglia di scappare dalla fabbrica. E le extraliquidazioni che i padroni mettevano a disposizione per ‘aiutarli’ a lasciare le fabbriche rientravano nella tattica del bastone (la repressione) e della carota (i soldi), per eliminare potenziali agitatori e organizzatori della resistenza operaia… L’azione repressiva viene mistificata, il fatto che non sia vista dalla maggioranza degli operai come rivolta contro di loro, le loro lotte ed i loro interessi, ma come necessità per eliminare i terroristi in fabbrica, dimostra la difficoltà di lavorare politicamente su posizioni anticapitalistiche in fabbrica”. (Michelino Michele, “1970-1983 la lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni”, Nuova Cesat Coop, Firenze 2003, p. 63).

Volantini scritti da gruppi di operai nel periodo 1978-1979

Volantino 1

SULLA PERICOLOSITA’ DEL LAVORO IN FABBRICA

Le condizioni antinfortunistiche in forgia sono inesistenti. Da tempo succedono fatti gravi. Oltre ai rumori, al fumo e al calore che minano la salute, lavorando sugli impianti vecchi e logori gli incidenti sono all’ordine del giorno. Gru che perdono pezzi, magli che perdono i bulloni, con grave rischio per gli operai.
L’ultimo incidente verificatosi al maglio 35000 alla presenza dello SMAL (è partito come un proiettile un blocchetto di ferro) solo per puro caso non ha ammazzato qualche operaio.
La direzione rispondendo alla lettera inviata dallo SMAL all’ispettorato del lavoro dove si denunciavano le condizioni di lavoro e l’incidente successo, ancora una volta ha scaricato la colpa sugli operai.
Operai della Breda Fucine, in nome dell’aumento della produttività e del profitto i padroni e i loro tirapiedi ci costringono a lavorare in condizioni pericolose.
L’aumento dello sfruttamento è la causa principale dell’aumento degli infortuni.
RIBADIAMO LA DIFESA DEI NOSTRI INTERESSI, RIFIUTANDOCI DI LAVORARE FINO A QUANDO NON SARANNO GARANTITE LE MISURE ANTINFORTUNISTICHE.
Un gruppo di operai della Breda Fucine
Gennaio 1978

NOTA: SMAL – Servizio di Medicina preventive per gli Ambienti di Lavoro



Volantino 2

CINQUE OPERAI IERI SONO MORTI IN UNA FABBRICA DEL VENETO

Uno di essi è caduto in una fossa di liquami. Gli altri quattro sono morti nel tentativo di salvarlo. Il liquame era diventato un tossico mortale perché da tempo non veniva sostituito. Nessun controllo era stato eseguito prima di avviare il lavoro di scarico.
La vita degli operai non costa niente ai padroni, ci sono tanti disoccupati da mandare al macello che non vale la pena di sprecare qualche spicciolo in opere di prevenzione.
Gli investimenti devono essere produttivi, ciò che non rende profitto è capitale morto, muoia dunque l’operaio purché si valorizzi il capitale!
Per quattro operai che non hanno esitato a dare la loro vita nel disperato tentativo di salvare un compagno i valori morali sono completamente rovesciati. Quando non si ha proprietà da difendere, quando si è costretti a vendere quotidianamente le proprie braccia per vivere, quando la solidarietà con i propri compagni diventa l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento, ci si può anche gettare in una fossa di veleni per allungare un braccio al proprio compagno di sventura. Ma sono valori di una classe particolare che dev’essere tenuta sottomessa ai gradini più bassi della società. Quando se ne parla è solo per insultarli. Gli operai sono assenteisti, non producono aabastanza, non sono abbastanza solidali con i padroni e l’economia è in crisi.
Per i cinque operai, per le loro famiglie dunque neppure un minuto di sciopero, non un comunicato di condanna o di solidarietà.
Evidentemente, anche per i ‘rappresentanti dei lavoratori’ l’umanità si distingue per il valore della pelle, ci sono quelle pregiate e quelle che non valgono neppure un minuto di protesta. D’altra parte sono 5000 gli operai che ogni anno vengono assassinati sul posto di lavoro. Tre ore di sciopero per ciascuno significherebbe far perdere ai padroni 15.000 ore di profitti. Dove andrebbe a finire la solidarietà nazionale per salvare i padroni dalla crisi?
OPERAI, CINQUE COMPAGNI SONO MORTI E NON NE CONOSCIAMO NEPPURE IL NOME, NON POSSIAMO ONORARNE LA MEMORIA NE’ AIUTARNE LE FAMIGLIE. ECCO COSA CONTIAMO NELLA DEMOCRAZIA DEI BORGHESI.
Gli operai dei Magli e Trafila della Breda Fucine



Volantino 3

OPERAI!

Operai,
la crisi non trova soluzione e può precipitare in qualsiasi momento. I padroni hanno accumulato una massa di capitali che non possono riprodursi ai saggi di profitto precedenti. La concorrenza fra capitalisti di diversi paesi spinge rapidamente ad una nuova guerra.
I sacrifici che ci hanno imposto erano solo una piccola parte di quelli che ora devono imporci. Per battere la concorrenza i padroni devono consumare più produttivamente la nostra pelle: salari da fame, licenziamenti, intensificazione dei ritmi. Eliminare ogni resistenza in fabbrica ne è la condizione: ordine e produttività sono le bandiere innalzate in difesa del profitto.
Agnelli e l’industria di stato indicano la strada: 61 operai licenziati alla Fiat, decine all’Alfa. I primi minavano la ‘civile convivenza’ in fabbrica, i secondi si ammalavano spesso. Le campagne su terrorismo e assenteismo servono da copertura alla repressione.
CHI DIFENDE GLI OPERAI IN QUESTA SITUAZIONE?
Il sindacato e le aristocrazie di fabbrica che rappresenta hanno assunto in pieno la difesa del capitalismo italiano: più sacrifici, più produttività per la salvezza dell’economia nazionale. Di fronte ai licenziamenti chiedono le ‘prove’, perché sia la magistratura dei padroni a giudicare. Ma non è difficile trovarle: qualunque lotta che ponga dei limiti al nostro consumo mina la civile convivenza tra sfruttati e sfruttatori. Il sindacato difende solo i privilegi acquisiti svendendo i nostri interessi!
I cosiddetti ‘partiti operai’ che controllano il sindacato si uniscono con tutto il parlamento su un punto centrale: garantire ai padroni le condizioni ideali per i loro profitti.
Non possiamo farci trascinare impreparati nel precipitare della crisi. Il capitale ci propone maggiore sfruttamento, licenziamenti in massa, sottomissione all’economia di guerra, inquadramento sotto le bandiere del capitale per sparare sugli operai di altri paesi.

ORGANIZZARSI
I gruppi operai delle diverse fabbriche devono collegarsi, valutare la situazione, confrontarsi su un compito non più rinviabile: darsi una organizzazione politica indipendente per lottare contro il capitale, emanciparsi dallo sfruttamento, eliminare le classi.

GLI OPERAI DI TUTTI I PAESI HANNO GLI STESSI INTERESSI
Gruppo operaio della Fiat (Mirafiori e Rivalta)
Gruppo operaio Breda Fucine
Collettivo operaio Falck Unione
Gruppo operaio Alfa Arese
Operai della Borletti
Operai dell’Italsider (Genova)
Novembre 1979

3 commenti:

alessandro perrone ha detto...

Mi complimento per questo post, crudo ed efficace. E' tragico pensare che forse oggi siamo regrediti molto più degli anni a cui fai riferimento.
I volantini riportati hanno una base culturale e politica che ora non esistono più, ma le problematiche che pongono sono le stesse di oggi.
Basti pensare che nei primi 15 giorni di questo mese sono morti sul lavoro già 44 operai.
Nelle fabbriche abbiamo perso la coscienza del nostro essere, da prima siamo diventati solo consumatori, ora (in realtà almeno un paio d'anni) che la situazione economica è difficile, tiriamo avanti sperando in meglio, senza prospettive.
In Italia, con la precarietà c'è una grande questione che non si vuole far venire a galla e purtroppo noi che lavoriamo nelle fabbriche non sappiamo più tradurre in vertenza collettiva ed è la questione operaia, che non si esaurisce attorno alla decisiva questione salariale, ma deve ritornare ad essere anche questione culturale. Infatti il nostro attuale arretramento o sconfitta è prima di tutto culturale, manca cioè la capacità e gli strumenti per capire e comprendere le ricadute sociali che i processi produttivi ci hanno imposto. La precarietà, la frammentazione hanno aggravato una situazione già di suo grave.
Io nel mio piccolo sto reagendo, ma la strada è tutta in salita, destare le coscienze è difficile, occorre scontrasi con l'individualismo, la paura, la mancanza di fiducia, lo scetticismo di chi ne ha viste e prese troppe e poi ci sono le burocrazie sindacali che tendono a frenare tutto, infine oggi senza alcuna rappresentanza politica, istituzionale, adeguata alla complessità della situazione, si è tutto ancor di più ingarbugliato.
Il valore della partecipazione, la critica alla delega in bianco, sono i nodi sui quali mi pare occorra impegnarsi di più.

Antonella Randazzo ha detto...

Hai colto nel segno il senso del post: oggi si parla pochissimo del lavoro e dei lavoratori, i protagonisti sono ben altri (vedi personaggi del grande fratello, i gossip, ecc.).
Purtroppo la maggior parte degli italiani è stata indotta a credere che all'interno di questo sistema può trovare ciò di cui ha bisogno, compreso un lavoro dignitoso che gli possa dare da vivere. La verità è che il sistema attuale non è modellato sull'uomo ma sul sistema stesso, con tutto quello che ne deriva.
Come dici tu, non si ha più il valore della partecipazione e della lotta per cause giuste. Ogni lotta richiede impegno serio, il mettersi in discussione, il capire le trappole del gruppo dominante, e anche un discreto coraggio... forse per questo molti giovani precari preferiscono stare a smanettare nel blog di Beppe Grillo piuttosto che capire realmente il sistema e il modo per uscirne.

giovanni ha detto...

http://antiglobal.altervista.org/wordpress